L'ombrello

 
     

 
 
 
Non ti ho cercata.
Nemmeno ti volevo.
Mi sei caduta addosso.
Prima sottile pioggia e poi come tempesta.
Hai squarciato il velo delle nubi, quando nella serata avrei voluto solo il caldo di una stanza e di un camino.
Hai avuto raffiche e poi calma di vento.
Hai tempestato di rombo e tuono e folgore e poi ti sei chetata in buon silenzio.
Per riprendere nuovamente e nuovamente ancora a tempestare.
Ed io correvo, come se fossi lanciato in autostrada, i fari spenti di chi ama la corsa e non conosce i freni, né la paura del muraglione alto, incombente, inamovibile a lato della galleria.
Non ti ho cercata.
Né quando sei arrivata.
Né quando sei tornata.
Nemmeno alla terza tempesta.
Io non volevo questo.
Volevo vivere il mio sole, le mie giornate in riva al mare, le piccole emozioni di una vita che mi ostino a considerare sempre primavera.
Una stagione che ho sospeso lì, a mezz'aria, e in cui ospito le mie persone.
Nemmeno ti volevo.

Maledetta pioggia.
Scrosci ripetuti, folgore che lascia cenere se abbatte il pino del giardino, grandine che dissecca gemme e ogni tentativo di nascere di qualsiasi fiore che sia più impaziente di altri della primavera.
E ora restano pozzanghere, dove la terra del giardino era arata, come la mente di una donna a prepararsi per l'amore, e attendeva il sole a farsi verde e avere odore.
Pozzanghere che infangano le scarpe, che rendono appiccicando fango molle pesante ogni passo, ogni incedere lento che sia. O veloce.
Quella sera pioveva.
Ed era veramente una sera fatta per l'odore di resina e di fuoco, adatta al caldo di una stanza e di un camino. Pioggia.
A raffiche ripetute. Alla fine davvero gelide e fastidiose.

La prossima volta prendo l'ombrello. Giuro.