Al Conte Lorenzo Benelli, la Marchesa Maddalena Corsini

di  _eMMe_

 

 

 

Signa, 2 agosto 1815

Mio caro,
la tua assenza rende questi giorni lenti e monotoni. Non riesco ad applicarmi a niente, né alle faccende di casa, che richiederebbero la mia attenzione, né a quelle gradevoli arti femminili che di solito mi intrattengono. Il mio pianoforte giace abbandonato da giorni, risuonando solo, di tanto, in tanto, di poche note, timide e zoppicanti. I miei acquerelli attendono inutilmente di venire finiti. Sai quel ritratto di Ettore che ho cominciato poco prima della tua partenza? E’ ancora come lo hai visto prima di lasciarmi, con le poche ombre, sotto i suoi grandi occhi bruni, appena accennate e solo una sfumatura dorata, a indicare dove dovrò tratteggiare il suo manto, di quel caldo color nocciola che amo tanto.
Nei campi, le albicocche e le pesche si gonfiano di zucchero sotto al sole. Le donne le raccolgono e preparano le composte da gustare in autunno e inverno con i formaggi bianchi e cremosi che i nostri pastori portano dalle campagne. So che seguire queste operazioni sarebbe compito mio, ma non riesco a concentrarmi, davvero. Il pensiero di te e la tua mancanza mi seguono sempre, mi rendono pigra e distratta.
Mio marito si è accorto che qualcosa mi confonde e spesso mi chiede la ragione della malinconia che mi appanna gli occhi in questi giorni. Io dissimulo, scusando la mia ignavia con un malessere che mi perseguita, dovuto al caldo e alla mia costituzione delicata. Egli insiste perché veda un medico, ma, per adesso, sto continuando a rimandare, sostenendo che, in ogni caso, non mi prescriverebbe altro che riposo o l’ennesimo salasso, che non sono convinta mi sia davvero salutare.
Con questa scusa passo le mie giornate sotto il grande olmo del giardino, quello che ti piace tanto, amore mio, dove tante volte ci siamo incontrati e ci siamo seduti a parlare, innocenti agli occhi di tutti. Siedo sulla panca di legno sbucciato, leggendo o fingendo di leggere per pensare a te. Mi manca poterti avere qui, vicino a me, poter sentire la tua voce, bassa e roca, discutere con te di qualsiasi argomento. Qui sei l’unico che si interessi di qualcosa di diverso dalla vendita dei vitelli e dalla raccolta delle mele. Se non ci sei tu a portarmi nuovi libri e a stimolare i miei interessi, sono come una camelia cresciuta per caso in un campo: senza cure, poco a poco smetto di fiorire e finisco per assomigliare alle erbe selvatiche che mi attorniano, per poi appassire e seccarmi.
Quanto mi manca poter parlare con te, domandare la tua opinione sull’ultimo libro che ho letto, così come sulla passamaneria del vestito della contessina Turati. Anche se discutiamo della cosa più ordinaria, se è con te che ne parlo, ne scopro aspetti affascinanti e stupefacenti. Ho la sensazione di comprenderti perfettamente e di essere perfettamente compresa, l‘intimità fra noi due è perfetta e, perciò, ogni nostra discussione mi lascia la sensazione di aver veramente appreso qualcosa di nuovo, di essermi aperta a aspetti del mondo che mi erano sconosciuti, di aver scavato in profondità dentro di me.
Questa perfetta compenetrazione fra di noi, mio caro, mi chiedo a cosa sia dovuta. Forse ci siamo incontrati in vite precedenti come teorizzano le religioni antiche? A volte mi sembra che non possa esserci altra risposta, perché non avremmo avuto il tempo di conoscerci altrettanto bene neanche se fossimo cresciuti insieme e non visti per la prima volta pochi mesi fa, come invece è successo.
Ti ricordi il momento in cui ci siamo incontrati? Io lo rivedo davanti ai miei occhi perfettamente: mia cognata che mi presenta il suo giovane cugino, lui che si inchina e mi bacia la mano secondo quei modi cittadini sconosciuti in queste contrade campagnole.
Ti ho amato subito? Non credo. Ti ho trovato sbruffone e superficiale e non particolarmente attraente con quella zazzera bionda e mal doma e gli occhi un po’ troppo distanti.
Adesso, quegli occhi e quei capelli sono per me il paragone della bellezza. Non che non veda più ciò che un tempo non mi piaceva, ma non posso più chiamare difetti quelle caratteristiche.
E tu? Mi hai amato fin dal primo momento? So che non è così, me lo hai detto tu stesso e anche se così non fosse, come avrei potuto ignorare i sorrisi che rivolgevi a Giuliana e il modo in cui lei si pavoneggiava di te e ti prendeva a braccetto e gli sguardi che vi scambiavate.
Non provavo gelosia a quel tempo, anzi, vi guardavo con una certa dose di divertita superiorità, quella di chi sente di aver ormai superato quel momento infantile dell’amore che ci fa credere di essere diversi da tutto e da tutti e di essere ormai approdata alla sicurezza di un rapporto di affettuoso rispetto, ben più degno del matrimonio e della vita di una donna rispettabile.
Adesso, che ben so che fra voi non c’è niente e che c’è stato ben poco anche allora, fremo al pensiero dei suoi occhi su di te. Che sciocco e bizzarro sentimento è questo, non trovi, amore mio? Che più si è vicini all’anima di chi desideriamo, più temiamo di esserne lontani.
Sta piovendo, violentemente come solo accade in estate. Il battito delle gocce contro i vetri e il lento rivolgersi dei tuoni mi vibra dentro il petto, caricandomi di impazienza e desiderio.
Quanto vorrei che fossi qui, mio caro. Seduto accanto a me, fingendoti intento a leggere, mentre premi il tuo piede contro il mio. Basterebbe quello, perché mi salga un calore al viso e mi aumenti il respiro, già mi basta immaginarlo perché accada e allungo una mano ad allargare il busto, ché mi sento soffocare.
Nora mi guarda sospettosa, mi ha chiesto se mi sento poco bene, perché ho le gote arrossate. Ho scosso la testa e l’ho rassicurata. “Portami solo un poco d’acqua” ho chiesto. Cosa direbbe se potesse leggere quello che ti scrivo? Sicuramente pensa che stia raccontando quei piccoli fatti quotidiani che dovrebbero essere il mio solo interesse.
Invece ciò che solo, in questo momento e sempre, è il centro dei mie pensieri, è la tua mano che si insinua fra i pizzi della mia veste da camera –è nuova, di velluto azzurro, operato a disegni floreali tortora e neri- la scosta, quanto basta perché il mio seno, stretto nel corsetto appaia alla vista. Si solleva al ritmo affrettato del mio respiro e so che questo ti piace, almeno quanto il suo pallore e l’intrico cilestrino di vene che lo ricama.
Poi, e questo è il mio momento preferito, con l’altra mano mi afferri la vita e mi stringi a te, così che i nostri corpi aderiscano alla perfezione, come le nostre anime e il tuo desiderio filtra in me e tracima nel mio e non so dove cominci la tua voglia e dove la mia. Mi nascondi i tuoi occhi carichi di desiderio chinando il volto e baciandomi il seno. E’ abbondante e morbido e completamente succube di te. Appena lo sfiori si ribella a me e al busto, e solo al ricordo di quei momenti è lo stesso, intima di essere liberato da quella prigione, che lo soffoca, quando si fa più sensibile e vivo.
Ecco! Vedi come ho macchiato la carta? E’ per il tremito che mi prende le dita al pensiero del tuo sguardo su di me. E’ un duplice, languido piacere: immaginarti qui, adesso e immaginarti distante leggere questa mia e tremare, come io tremo ora grazie a quella fantasia che imprigiono su queste carte e tu libererai. Riesci a vedermi come io vedo te? Sono qui, china su questi fogli e, al tempo stesso, sono tra le tue braccia, il capo rovesciato all’indietro e i capelli selvaggi sfuggiti dall’acconciatura. Non posso trattenere un sospiro, se penso alle tue labbra che premono sul mio collo, in lente, vertiginose spirali.
Fuori la pioggia cade, sempre più forte, sempre più violenta, in un tambureggiare impazzito che fa eco al rumore assordante del mio cuore che batte.
Se Nora fosse meno ingenua potrebbe riconoscere i sintomi dal rossore che mi pervade, dagli occhi che mi si fanno grandi e lucidi e dal respiro sempre più affrettato. Ma mi crede onesta e di salute cagionevole, crede sia la febbre il mio male.
Tu, invece, non avresti dubbi. Sai bene che dimentico l’onestà quando si tratta di te o non è forse meglio dire che la ricordo? I miei unici doveri, ne sono convinta e lo sarò per sempre, sono nei confronti di questa passione che Dio stesso mi ha versato nel petto. Cosa può esserci di cattivo o sbagliato in qualcosa che ci rende tanto felici? Qualcosa che ci spalanca le porte del Paradiso già in terra e ci permette di superare questa nostra umana condizione. Di quello che facciamo insieme, non c’è niente di cui mi possa pentire o di cui non mi senta orgogliosa.
Non avresti dubbi, se fossi qui, e mi appunteresti i tuoi occhi bruni sulla schiena, seduto sulla poltrona di velluto verde nell’angolo più lontano della stanza. Sai bene che così, senza che ti possa vedere, se non con gli occhi della mente, ecciteresti ulteriormente la mia fantasia e, al tempo stesso, godresti del piacere di osservarmi senza essere visto. Immagineresti le mie fantasie e ricorderesti il piacere che ci siamo dati così spesso a vicenda.
Questa pioggia che scroscia furibonda e il vento che ruggisce tra i cipressi, ecciterebbero i tuoi sensi così come fanno ora con i miei – chissà se piove adesso dove ti trovi, chissà se pioverà quando riceverai questa lettera.
E adesso, adesso, infine ti alzeresti, incapace di trattenere ancora il tuo desiderio, nonostante la soddisfazione che provi nel vedere il mio che si ingigantisce.
Mi arriveresti alle spalle e mi abbracceresti, lasciando vagare una mano sotto la sottoveste e la fantasia e la realtà sarebbero una cosa sola. Le tue labbra immaginarie e quelle reali ugualmente scorrerebbero sulla mia pelle, le tue mani immaginarie e quelle reali ugualmente si rincorrerebbero sotto i miei vestiti, scoprendo sempre più il mio corpo e io non troverei né la forza né la volontà di oppormi e non potrei far altro che abbandonarmi a te.
Guardami adesso: mi stai schiacciando contro di te, il tuo inguine che preme contro la mia schiena. I capelli mi si rovesciano in onde sul petto. Hai allentato il corsetto, nemmeno io so come, ed esso è scivolato inutile fino ai fianchi. Mi tieni un seno in una mano: la riempie alla perfezione e tu hai mani grandi. Tra due dita fa capolino un capezzolo e tu, di tanto in tanto, le stringi appena e io, ogni volta, tremo e ansimo.
Mi volti il viso verso di te; ci baciamo, finalmente. E’ come bere da una sorgente di montagna dopo una lunga cavalcata sotto il sole. Mio Dio! Quanta sete avevo di te! Quanta sete ho. Mi giro per poterti stringere, per farmi stringere e ci baciamo ancora e ancora e ancora. Quando abbiamo finito di berci l’un l’altra come assetati, tu mi baci ancora, più e più volte, ma lento e delicato questa volta, quasi a fior di labbra, come si gusta un liquore a fine pasto. E poi di nuovo con la stessa smania di prima, perché non smettiamo mai di avere sete l’uno dell’altra.
Riesci a vedere la scena? Le mie parole sono povere, lo so, ma spero che a esse venga in aiuto il ricordo dei momenti che abbiamo passato assieme. Ricorda le mie mani che si avvinghiano ai tuoi capelli, i miei seni liberati dal corsetto, le parole spezzate che mi sfuggono dalle labbra.
Una mano scorre lungo le mie gambe, si insinua sotto le gonne, le solleva, mi scopre. Affonda in me.
Sentiresti il mio grido soffocato, a questo punto, se fossi veramente qui, e le tue mani fossero davvero su di me e dentro di me. Invece sei a chilometri di distanza e, in questo momento non sai neanche che io ti sto scrivendo, mentre cerco di dissimulare a Nora il calore che mi sale al viso e accuso la tempesta e i tuoni del mio nervosismo.
Quando avrai questa lettera in mano? Tra due giorni? Tre? Cinque? Tra una settimana? Sarai con me in questa mia fantasia e riuscirai e vedermi, a sentirmi, a toccarmi, come io ti vedo, ti sento, ti tocco adesso, anche se io quel momento starò forse leggendo o cavalcando o, magari, dormendo?
Riuscirai a immaginarti, mentre mi spingi a distendermi sul tavolo con un ringhio impaziente – e io non mi opporrei in alcun modo – e mi apri le gambe con un gesto? Adori le mie gambe, non è vero? Sono forse troppo poco tornite per il gusto comune, ma tu apprezzi sopra ogni cosa le caviglie fine e le cosce lunghe. Ti piace percorrerle con le labbra, su, su fino alla parte più nascosta di me. E ti piacciono i riccioli scuri che si annidano lì e che ti avvolgi intorno alle dita.
Ti piace il mio sapore, lo gusteresti a lungo se fossi qui, dopo avermi spinto a distendermi sul tavolo – e io non mi opporrei in alcun modo – e poi mi baceresti la bocca ancor più a lungo perché possa assaggiarlo anche io, quel sapore proibito e inebriante.
Perché ci è tenuto nascosto quanto piacere possano ricavare un uomo e una donna insieme? Quanti giacciono fianco a fianco nei loro letti unendosi solo per sporadici, animaleschi incontri, senza provare l’ebbrezza della comunione che unisce due anime affini? Non sanno che non vi è più peccato né vergogna quando totale è la comunione degli spiriti e dei corpi.
La tua lingua che mi accarezza mi illumina sulle profondità della tua mente quanto e più di ore di discussioni di politica e filosofia. Mentre mi baci, la mia intimità con te è completa e non c’è niente che possa o voglia nasconderti di me.
Sei eccitato adesso amore mio? Ti bastano queste parole e i ricordi per farti sentire vivo il piacere e il desiderio come se io fossi lì? A me bastano in parte e in parte non bastano affatto, i tuoi baci e le tue carezze non potrebbero rendermi più calda e umida di quanto non sia, ma senza di te qui, niente mi soddisfa.
Aspetterò che Nora se ne vada e poi mi aprirò le gambe con una mano, come se fosse la tua, ma non sarà altro che un arido sollievo in tua mancanza. Ma tu sappi che faccio questo pensando a te e godine e questo aumenterà di molto il mio piacere. Immaginami distesa sul letto a pensarti, immobile a parte che per una mano e per il sollevarsi affannoso del petto e desidera di essere qui a darmi piacere tu stesso.

Ritorna presto mio caro, so che il tempo non è molto e che, in quest’epoca difficile, sono molti gli impegni per un gentiluomo di valore, quale tu sei. So bene di non poterti sottrarre ai tuoi doveri nei confronti di questa povera, nostra nazione, però non riesco a credere che il fato ci voglia distanti.
Non è vita la mia senza te al mio fianco.
Mio marito è come un fantasma, grigio e senza forma. Non manca di gentilezza e attenzioni nei miei confronti, ma mi tratta come le statue antiche, ritrovate nei mari della Grecia, che tiene in salotto: ha cura di me e mi mostra con orgoglio ai suoi ospiti, ma non osa toccarmi per paura di rompermi o sporcarmi e nutre nei miei confronti un rispetto che sfocia quasi nel timore. Quando mi si avvicina per chiedermi di piegarmi ai miei doveri matrimoniali, lo fa in modo impacciato e goffo e io non provo alcun piacere ad assolverli, semmai fastidio e rassegnazione.
E tu? Ci sono donne nella tua mia vita in mia assenza? Cortigiane che ti sorridono o contadinelle ingenue e disponibili? O magari vedove ricche ed esperte? Riusciresti a provare lo stesso piacere con un’altra? Altrettanta intimità?
Non riesco a crederlo: io e te ci apparteniamo. Come può un sentimento così forte come quello che mi spinge verso di te, non essere bilanciato da uno altrettanto potente e violento? Dove mai potremmo trovare un piacere superiore alla compagnia l’uno dell’altra? Ci è stato dato questo da condividere e non è sorte destinata a tanti, è nostro dovere viverlo quanto più profondamente possibile.

Ti amo e ti voglio.

Per sempre tua.
Maddalena