Furia d'amore

di  Rossofuoco

 



In principio il terrore sul tuo viso, l’idea sicura che lui sia qui per te, una prova crudele cui non sei pronto.
Ma non è così, ti è bastato un attimo, il tempo di un bacio, di vedere la mia lingua nella sua bocca, le braccia al collo, i miei occhi che non si sono mai staccato dai tuoi.
Quell’ attimo è un mare in mare in burrasca, ti monta, dentro, il desiderio di me, vorresti urlare. Te lo leggo in viso il dolore, la rassegnazione perchè come sarà sarà ciò che voglio io.
Legato e abbandonato su quella sedia appoggiata al muro, ti guardo e lentamente mi avvicino, mi siedo a cavalcioni sulle tue gambe, i nostri volti così vicini e non resisti, allunghi la testa nella ricerca di un bacio.
La mia mano è veloce, implacabile si abbatte sulla tua guancia ed è dolore dentro mille volte più forte del bruciore che ti avvolge la faccia.
-Non ti azzardare mai più- sussurro al tuo orecchio, mentre appoggio lieve la mia guancia alla tua.
Rimango seduta su di te, le mani di lui sulle spalle mi stringono, la bocca a cercare il collo. Morsi e baci ritmano le contrazioni delle cosce e rimango sotto i tuoi occhi a godermi le carezze delle sue mani che si infilano nella scollatura del vestito.
Cerchi di scostare il viso, chiudi gli occhi, ma non è così che ti voglio, ti stringo sotto il collo con una mano –guardami- continuo a ripeterti, mentre la sua lingua mi percorre la schiena. Tu mi guardi, lui mi spinge all’indietro, le spalle al suo petto, il culo sulle tue ginocchia le piante dei piedi ferme sulle tue cosce, te la sbatto davanti velata solo dall’orlo dell’abito.
Mi abbandono a lui, alle sue carezze, a quelle mani che cominciano a frugare, nuotano tra i miei umori. Lo guido dentro, nei punti dove il piacere si sente più forte. Ho le dita che gocciolano, desidero farti un regalo; le avvicino alla tua bocca subito aperta, le gusti con la brama dell’assetato, succhi ogni goccia, rovisto e spingo dentro senza alcuna delicatezza.
Ritraggo la mano e mi asciugo con noncuranza sul tuo viso, continuo a farmi toccare e intanto alzo verso il tuo viso il mio piede. Non perdi tempo lo ricopri di baci, lecchi adorante quel piede che si strofina sulla guancia e che ti schiaccia il viso a deformare i lineamenti. Non mi accontento e ingorda non mi basta quel piacere, ho voglia di quello che solo la pelle martoriata sa darmi. Solo le urla di chi mi è sotto allagano le mie cosce.
Lo allontano con il solo gesto di una mano, mi alzo e gli vado vicino.
Siamo in piedi davanti a te, gli tolgo la camicia; accarezzo la schiena muscolosa, le spalle larghe, la sua testa bassa, le braccia lungo i fianchi.
Non emette suono mentre lo spoglio, lo tocco. Artiglio la sua schiena e solo una debole contrattura della sua bocca tradisce il dolore che comincia a scorrere, scaldare la pelle e tendere la mente verso quello che sarà.
Il tuo sguardo interrogativo, mi domanda perché.
Perché a lui quel dolore? Perché a lui tutti quei doni? Non ti piace questo gioco lo so, mi vuoi tutta per te, eppure, nonostante questo non mi chiedi di smettere. Desidero tu abbia abbastanza forza e fiducia in me per arrivare fino in fondo.
Vengo verso di te, il viso tra le mani, ti accarezzo dolcemente, mentre ti spiego che oggi sarà diverso. Ho intenzione di liberare la Fiera, voglio fare male, toccare il fondo, indugiare sul limite della violenza.
Non saranno colpi che nascono dalla testa per essere eseguiti dal braccio. Sarà un dolore che nasce dallo stomaco, dalla bocca che digrigna i denti, sarà carne in pasto alla belva.
I tuoi occhi in silenzio, a dirmi che vuoi darmelo tu questo, nonostante la paura del dolore vuoi essere tutto per me come lo sono io per te. Lo capisco.
Ma non hai ancora visto a che punto voglio arrivare.
Non voglio che sia la tua carne a rimetterci così tanto.
È questo il motivo, perciò lui è qui. Lo sa, lo vuole, si nutre di questo e i colpi per lui non sono mai abbastanza forti. Non ho bisogno di legarlo, è perfettamente in grado di rimanere immobile, mani intrecciate dietro la testa, non serve andare per gradi, la frusta schiocca feroce, ogni colpo un segno che spacca la pelle. Ti sto volutamente facendo vedere cosa potrei fare e non faccio con te.
La schiena è segnata a sangue e così i glutei, le cosce le ho risparmiate per il bastone.
Una canna di bambù rigida con attorcigliata una fibra indurita, a spirale.
Comincio a colpire aritmicamente, veloce, un colpo vicino all’altro.
E ancora non gli cedono le ginocchia, non emette un lamento o un grido. Sta soffrendo molto, incanala il dolore e mano a mano alza la soglia. Io sono lì per questo, per poter attaccare con morsi, schiaffi e calci, vederlo rotolare a terra e aspettare che si rialzi per affondarlo di nuovo. Non si ripara da nessun colpo e io comincio ad essere sazia. Dopo aver visto uscire il primo sangue richiamo la belva, il mio cuore può tornare a battere calmo.
Lo lascio a leccarsi le ferite e sono da te, abbandonata la frusta, calmati i sensi ti voglio vicino.
Libero di abbracciarmi, libero di scegliere il mio modo d’amare, libero di portare i miei ricami sulla pelle, segno della mia furia d’amore.