Due donne a Trodheim

di  Violet Erotica

 



Mi svegliai di soprassalto. Ero stordita, e madida di sudore. Fino ad un attimo prima ero in preda agli spasmi ed alle contrazioni, dimenandomi supina sul mio giaciglio come un’ossessa in attesa di esorcismo, trascinando il mio corpo in una vorticosa danza il cui tempo veniva battuto dal movimento ondulatorio delle braccia. A mano a mano che mi ridestavo da quel lancinante torpore, i contorni onirici che l’avevano abitato diventavano più nitidi. Eppure, qualcosa mi sfuggiva…

La famiglia di Gunvor abitava in quella sobria casa all’estrema periferia di Trondheim ormai da quattro generazioni. All’interno del focolare la vita scorreva parca e morigerata, in completa armonia con lo stile dell‘abitazione. Gunvor era la pecora nera della progenie. Esuberante, briosa, ribelle fino al parossismo, insolente, brillante nell’intelletto quanto lesta nell’azione, d’un temperamento facile tanto all’eccitazione e all’esaltazione quanto alla malinconia e all’apatia. Un ciclone pronto a spazzarti via in qualsiasi momento, ma che, se affrontato in maniera consona, sapeva avvolgerti, proteggerti e cullarti nei suoi turbinii. Ci conoscemmo alle medie. Io ero una studentessa ancora un po’ svampitella, che vagava errabonda fra momenti d’inquietudine adolescenziale, afflati di assennatezza adulta ed arroccarsi in giochi d’infante. Lei, invece, era già una ragazza molto emancipata, sebbene vivesse in uno stato di perpetua ebollizione. Non ebbi la possibilità di conoscere approfonditamente la sua famiglia. Non me la diede. Fin da subito, volle condurmi a quella che lei considerava la sua “vera” e “unica” casa. Il rifugio, situato dieci metri più in là dell’appartamento. Si trovava in un terreno di proprietà pubblica, e non s’era mai scoperto a chi fosse appartenuto o intestato quando venne costruito. Gunvor, appena avutane la facoltà, ne aveva preso possesso, senza che scaturissero rimostranze né da parte delle autorità comunali, né dai parenti. Era un cantuccio di qualche metro quadrato situato subito sotto terra, al quale s’accedeva tramite una botola ammuffita. Anche l’aria che si respirava all’interno era parecchio stantia. Nonostante ciò, in quel malconcio nascondiglio Gunvor viveva, leggeva, cantava e sognava. E con la mente elaborava le più fervide fantasie. Andava particolarmente orgogliosa di quel luogo. Durante la seconda guerra mondiale, grazie alla sua ubicazione periferica, ai piccoli cespugli che lo mimetizzavano e al terrapieno di granito col quale era stato riparato, aveva funto alla perfezione da deposito di scorte alimentari. Il mondo onirico che ivi Gunvor s’era creata, era una specie di nemesi storica dalle crudezze di cui lo stesso posto era stato testimone appena sessant’anni prima.

Ormai ero spossata. Legata al letto da più d’un’ora, reggevo come potevo al suo tumulto erotico. Ma si vedeva lontano anni luce che lo strenuo lavorio col quale m’aveva amabilmente avvinta avrebbe dato i suoi frutti di lì a poco. Entrò nelle mie intimità con le dita un’ultima volta, muovendole circolarmente con un impeto sempre maggiore, esplorando fino in fondo le cavità del mio organo. Aveva deciso di darmi il colpo di grazia. Quella battaglia voleva farla definitivamente sua. E poco prima che cedessero i suoi tendini per lo sforzo prodigato, cedetti io. E venni profusamente, quasi al punto di cadere in deliquio. E venni copiosamente. Venni, e quel profluvio orgasmico fu linfa vitale per rinsaldare e fortificare il nostro amore.

Gunvor era desolata dalla piega che avevano preso gli accadimenti fra di noi. Le ultime tre volte che c’eravamo viste, avevamo litigato abbastanza pesantemente. Divergenze di vedute, vengono chiamate in gergo. All’improvviso, tutte le piccole crepe che s’erano create fra di noi e s’erano tenacemente accatastate una sopra l’altra, avevano fatto il botto. Troppe cose da appianare, e contemporaneamente. A mio modesto avviso, avremmo fatto meglio ad iniziare con lo smussare certi angoli delle nostre rispettive indoli. Lei, come quasi sempre, era sintonizzata su tutt’altra frequenza.
Di tanto in tanto il ricordo di quella prima volta l’abbagliava, e offuscava il suo agire presente. Avevamo 15 anni, e come al solito ci trovavamo al rifugio, in una giornata di tedio e meteo inclemente. Decidemmo di sconfiggere i fragori dei grandinii sovrastanti lottando alla maniera dei maschi. Ci caricammo vicendevolmente, giovenche improvvisate. La prima che avesse perso un determinato numero di assalti, avrebbe dovuto sottomettersi alla volontà dell’altra, qualunque essa fosse stata. Vinsi io. Mi sistemai una ciocca di capelli, che aveva approfittato del parapiglia per deviare dai suoi meandri naturali, e la guardai con aria tronfia. Vederla distesa, inerme e saperla completamente succube ai miei voleri, aveva attizzato un fuoco che già torreggiava, nel cielo dei miei irrequieti ormoni di pubere. La denudai, sfidando i suoi turbamenti e il freddo che imperversava sull’orbe terracqueo. Scoprimmo quel giorno quant’è soave abbandonarsi la prima volta fra le braccia di Saffo.

“Gun, cristo santo, mi soffochi, mi stai facendo male, non sei più un fuscello, mi sento… uh… sì… uh…” La stronzetta si era messa a cavalcioni con le ginocchia divaricate ai lati delle gote, e aveva affondato la sua figa fra le mie carnose labbra e le mie concupiscenti narici. “Uau, tesoro, ieri ti sei fatta fare l’abluzione in una piscina intrisa di foglie di eucalipto?” ebbi modo di schernirla, mentre gliela leccavo, e ne gustavo bramosamente le fragranze. Non avevo mai avuto a che fare con un organo femminile che t’accarezzava così soavemente col suo solo profumo. Trassi una tale voluttà, dal suo contatto, che pensavo avrebbe appagato a dovere il mio piacere dei sensi. Per l’eternità.

Gunvor volle ricreare quell’atmosfera, sperando che la moltiplicazione degli effetti scenici avrebbe conseguentemente comportato un risultato ancora più roboante di quello ottenuto una decade prima. Comprò dei teli color pece, che riuscì ad annodare alla beninmeglio alle pareti di quell’angusto spazietto, delle candele, un candelabro, delle catene, delle borchie, del tessuto a forma di ragnatela, una specchiera che pareva catapultata in quel tugurio dall’epoca barocca, e, soprattutto, una marea di cosmetici di colore scuro. “Gun, guarda che non ti voglio ridurre ad uno scheletro!” la dileggiai, contemplando fra il serio ed il faceto i suoi capolavori ornamentali. “E poi, lo sai che i Cure mi fanno proprio cagare!” conclusi, alludendo alla sua passione, mai corrisposta, per la musica dark, che s’era riflessa in quel modo di adornare il rifugio.

“Oh madonna, oh, oh…”. Le mani di Gunvor esploravano incessantemente le sinuosità del mio tempio carnale. Trasalivo al tocco delicato col quale i suoi polpastrelli vellicavano il mio tergo, e poi con movenze audaci titillavano i miei fianchi, ravvivavano le mie valli pettorali più rigogliose di quelle del Gudbrandsdalen, sfioravano i miei capezzoli, solcavano il mio collo, risalivano lungo il mio mento per andare a morire fra le mie labbra. Ebbero una ricompensa, dalla mia saliva, munificentissima.

Presi una delle catene che trovai alla rinfusa, la tesi al massimo della sua lunghezza, l’alzai al livello del collo di Gunvor e m’approssimai verso di lei con uno sguardo altero e minaccioso. Lei ricambiò con aria di disfida. Cominciai a farla indietreggiare. A causa dell’esigua superficie del rifugio, si ritrovò ben presto con le spalle al muro. Avanzai ancora, fino ad averla distante pochi centimetri da me. Allungai le braccia, fino a che gli anelli della catena non ebbero toccato la gola della mia compagna. Poi, mantenendo la catena al massimo della tensione, cominciai a premere. Trovandosi ormai anche con la cervice e il capo contro il muro, con lo sguardo rivolto a quel cielo che non poteva vedere né terso né tetro, e a quella terra che custodiva i suoi segreti più lugubri e perversi, divenne improvvisamente mansueta, e mi supplicò con tono rassegnato: <<Signora, sono prona ai Suoi voleri…>> Quella frase, come pegno di 15enne, significava “vediamo fino a che punto il mio piacere diventa nostro piacere“. Quelle stesse parole, pronunciate 10 anni dopo in segno di riconciliazione affettiva, volevano dire “vediamo fino a che punto il mio piacere diventa tuo dolore”. E mi piaceva. Assai.

Gunvor mi aveva legato le mani. Desiderava donarmi tutta la sua passione senza che io avessi la benché minima possibilità di frapporre alcun ostacolo. Acconsentii. Affogando sul nascere qualsiasi eventuale remora. Distendendo la mia anima come avevo fatto poc’anzi col mio corpo.

La feci inginocchiare e sfregai insistentemente le mie dita contro un panno che avevo casualmente rinvenuto in un angolo del pavimento. Affondai il colpo, quando furono sufficientemente accaldate da poter far percepire al suo deretano una sensazione di bruciore moltiplicata dal suddetto artifizio. Poi presi al volo una delle candele, e cercai di riprodurre lo stesso effetto ponendola ad un passo dalla foce del delta, strofinando al contempo le dita contro i senzientissimi muscoli ai lati delle grandi labbra. Le sue grida di dolore, erano ruggiti di piacere. La sua carne lacerata, gaudio trascendente. E la vivida reminiscenza di quella prima volta datata due lustri, era la sacerdotessa compositrice del cantico di quel stravagante baccanale.

Gunvor decise che era giunto il momento di spogliarmi. Con un movimento estremamente sensuale, iniziò a sfilarmi i bottoni della camicetta. “Non ti sei conciata un po’ troppo chic, per venire quaggiù?” mi chiese ironicamente, mentre già era impegnata ad abbassare la cerniera dei miei pantaloni. <<Gun, piantala, e apprezza la novità per quella che è!>> sbottai, fingendomi inviperita. In realtà, avevo già abbassato lo sguardo, allietandomi alla vista delle sue mani che conquistavano i miei pantaloni. <<Ok, ok signorina! Sta diventando schifiltosa, sa?!>> m’apostrofò goliardicamente. Non risposi alla provocazione. Con un incedere lento e costante, arrivò a togliermi tutti gli indumenti, scarpe incluse. Continuai ad ammirarla. Continuai ad ammaliarla. Continuai ad inoltrarmi nel sentiero che m’avrebbe condotta al suo perdono.

Entrai contemporaneamente nella figa e nel culo con molti dei cosmetici che s’era portata appresso, usandone anche quattro alla volta. Poi, decisi di far rifiatare un attimo il suo posteriore, e di concentrarmi sulla bocca. Penetrai le sue cavità orali con indice, medio ed anulare. “Ritieniti fortunata, se non ti occludo la faringe!” esclamai con un sogghigno efferato. Mentre spingevo le mie dita un po’ più giù.

I preliminari con Gunvor erano sempre stati la mia parte preferita. Aveva una capacità unica di accarezzarmi le guance con le dita, di scompigliarmi i capelli mentre mi baciava, di umettare le mie labbra fino a renderle più lisce della paraffina, di stimolare le mie zone erogene più recondite. La maggior parte dei nostri rapporti sessuali erano costituiti dai soli preliminari. Anche se ultimamente era molto aumentata la frequenza con cui ci abbandonavamo alle più dionisiache dissolutezze. Quella volta, i preliminari durarono all’incirca mezz’ora. Troppo. Troppo poco.

Dopo averle tirato a lungo, in mia direzione, quei meravigliosi capelli lunghi, lisci e mori che tanto le invidiavo, presi la scopa di legno, e cominciai a batterla col manico. Dapprima piano, poi sempre più veementemente, in zone del corpo tutto sommato innocue. Per la prima volta in 12 anni d’amicizia amore affetto, avevo la possibilità di farle del male impunemente. E per la prima volta, provai quella sensazione di furia controllata di chi è carceriera d’una prigioniera che ama. Non mi sottrassi, anzi… Mi fermai solo all’apparire delle prime piccole ecchimosi. La lasciai per un po’ contorcersi dalla dolenza, poi, quando sedendosi sembrava ristabilitasi, le appoggiai il gomito sul deltoide, allungai la mia mano verso il suo viso e, accarezzandola, le sussurrai: <<Scusami piccina, forse ho calcato un po’ troppo la mano!>> <<Fa’ niente, gioia!>> Mi guardava sorridendo teneramente. A volte sembrava una cucciola in perenne ricerca di coccole. <<Facciamo tesoro di ciò che è stato oggi, così come di ciò che non è stato ieri!>>. Mi voltai, ed ammiccai. Lei ricambiò. Davanti al fulgore della sua perla di saggezza, persino le sue minuscole contusioni sembravano rilucere. Mi ripromisi che quella sarebbe stata l’unica ed ultima volta che si sarebbe fatta perdonare con quel tramite. Le accarezzai le labbra, e le diedi appuntamento per l’indomani alla palestra del suo quartiere.

<<Dove… dove cazzo sono?! Uff… cazzo… cazzo…>> Gunvor s’era svegliata sobbalzando. <<Una di queste volte mi prende un infarto!>> constatò amaramente. In preda alla confusione ed allo sconforto, si lasciò andare a nuovi improperi. Poi, stropicciandosi gli occhi, bofonchiò: <<Di che ti lamenti, Gun… Certi tuoi sogni non si dilegueranno mai… Non esiste medicina corporea o psichica che possa… Non esiste, Gun! Punto!>>