Sei lì. Che smanacci lo stereo dell’auto.
Sfili il cd, lo cambi dopo aver fatto acrobazie per cercare proprio quello che hai voglia di sentire in quel momento.
Posi l’astuccio sul sedile del passeggero, vuoto.
E alzando lo sguardo per tornare a concentrarti sul traffico infernale del mattino sulla circonvallazione interna la vedi. Nell ’auto a fianco.
Sei fermo.
Il traffico ha avuto l’ennesimo singhiozzo. E sei a pochi centimetri dal paraurti di un’Audi grigiometallizatacomedacopione che ti ha inchiodato davanti.
Lei è solo poco avanti, alla tua destra, le auto sono sfalsate di meno di mezzo metro sulle due colonne, e si è voltata per scuotere la cenere dal finestrino. Ti guarda.
E tu come un automa, senza pensarci accendi un’altra sigaretta, e ti fai meccanicamente specchio del suo gesto.
Sei all’altezza di un piccolo supermercato, che ogni volta che ci passi lì davanti ti domandi come faccia a lavorare senza nemmeno l’ombra di un solo parcheggio. Scanti a destra per evitare l’Audi grigia che svolta, in modo irregolare nella piccola via a fondo chiuso, violando codici e segnali verniciati a terra.
Ora l’hai persa.
Non è più di fianco, è davanti.
Nemmeno te ne sei accorto di averla cercata con lo sguardo quell’auto e quella ragazza con la cod,a castana chiaro, di capelli. Incroci uno sguardo nel suo specchietto, è l’auto esattamente davanti alla tua adesso. Non sei sicuro ma scommetteresti che il suo sguardo sia fisso nel tuo, adesso, nel gioco insistito di occhi, parabrezza lucidi e specchi. Altro singhiozzo.
Del pianto della città che si sveglia e si stira come un serpente sulle strade del lavoro nella giornata senza sole. Ora le sei di fianco. Lei armeggia sul sedile, lato passeggero, siete fermi.
Fruga nella borsetta e la gonna blu scura le è salita sulle cosce.
Tu attendi il gesto con cui lei tornerà inevitabilmente a coprirsi, ginocchia e inizio tornito delle gambe, dopo aver smesso le acrobazie in cerca di un fondotinta che estrae dalla voragine di borsa soddisfatta adesso.
Comincia a passarselo sul viso, mentre siete fermi. Non si ricopre le gambe e hai la netta sensazione che lei si sia accorta che la stai, le stai, guardando.
E mentre pensi a questa tua sensazione, un poco imbambolato dall’eco del sonno da poco interrotto, il serpente torna a distendersi e si allunga.
La perdi, mentre incroci ancora gli occhi che lei ha distolto dal suo stesso riflesso e incrociato, in modo anche troppo evidente questa volta, coi tuoi.
Facendoti sobbalzare, perché ora è indiscutibile che lei si sia accorta di come e dove tu la guardi. La perdi ancora e la raggiungi.
E gli occhi ti cadono sulle cosce inevitabilmente. La gonna che è salita ancora e, nella mattina quasi fredda, sull’abbronzatura della pelle vedi le prime calze di stagione, Lei si china sulla borsa e tu scopri l’orlo delle sue autoreggenti spiccare netto sulla coscia destra, quella più vicina ai vostri finestrini affiancati.
Un attimo, un lampo, e poi ancora i suoi occhi.
Un po’ ti senti stupido e imbarazzato, perché il sorriso dei suoi occhi è così divertito da lasciarti mille dubbi. E chiaramente colto nel tuo fissarla.
Un Transit davanti a te rallenta frenando quasi bruscamente, per accostarsi a scaricare merci, e lei ancora la perdi, è avanti tre auto adesso. Scivoli a lato del marciapiede, incurante del rumore che fanno sfregandolo le gomme. Nell’auto che hai di fianco adesso il guidatore calvo con la cravatta mezza slacciata larga sul colletto, ha uno sguardo di riprovazione nel vederti. Che esprime con lo scuotere la testa, senza una parola, sin troppo chiaramente.
Torni di fianco a lei con una piccola acrobazia, volo di auto millimetrico, nella città divisa in due colonne affiancate.
L’orlo è ancora nudo e lo cerchi, trovandolo. E ne sorridi. Soddisfatto della riscoperta.
Lei ora ti guarda mentre tu la guardi, le labbra col rossetto così rosso, la coda che non ha nulla di ingenuo e infantile su quel viso che ti fissa. La camicetta di lino o cotone bianchissima sul seno, chiusa fino al penultimo bottone del colletto, la giacca di cotone blu posata sulla spalliera del sedile alle sue spalle.
Le sue gambe nervose e nude che danzano sui pedali, freno, frizione,e ancora un poco avanti. Vedi le ombre dei muscoli in ogni movimento.
Ti guarda, un po’ di sbieco, per non perdere il controllo e la distanza dall’auto che ora lei ha davanti.
Ti aspetti che si copra adesso, sei volutamente sfrontato nel guardarle le cosce e la camicetta sul seno, poi alzi gli occhi.
Giureresti che lei stia per ridere, quando all’improvviso svolta.
Tu devi proseguire dritto e nemmeno faresti a tempo senza incidenti a seguirla lì a sinistra. La perdi.
E poi ti rendi conto che inevitabilmente arriverai in ritardo.
Arrivi in ufficio sull’orlo l’orario, il cd è arrivato al settimo solco e lo spegni un poco riluttante. Sul pezzo che oltretutto preferisci.
Sali, lasci la tua cartella, recuperi i quotidiani e ti avvii vero la sala riunioni. Sarai l’ultimo ad entrare, e ora sei davvero in ritardo.
Apri la porta, entri.
“Scusatemi, ma il traffico era un incubo stamani e ho quasi corso quando ho visto che diventava così tardi” ti scusi e sono quindici minuti che aspettavano te soltanto.
La donna, seduta di spalle davanti a te alla tua destra mentre ti giustifichi, si alza e si volta.
“Non c’è problema, Succede, e poi abbiamo cominciato aspettandola a presentarci”
“Se vuole sedersi, e presentarsi anche lei, poi cominciamo”
E ti indica la sedia. Ti siedi a lato, sulla poltroncina libera che lei ha di fianco, e ha scostato indicandotela.
Lei ha una coda di cavallo castano chiara, una camicetta di lino bianco. Ha appoggiato la giacca blu scura di cotone del tailleur sulla spalliera come fai tu adesso. Accavalla le calze e torni a perderti un istante sull’orlo che si svela e che già conosci.
Non lo ricopre. Parla e per darsi quasi più voce ha sbottonato il secondo bottone sul collo alla sua camicetta.
Nell’intervallo della riunione le chiederai con aria divertita che strada ha fatto per arrivare prima di te, uscendo dall’ingorgo. Lei riderà sentendoti chiederlo, e sembrerà anche più bella in quel momento.
E le chiederai se ha voglia di farti strada lei dopo. Al ritorno.
Riconoscerai la sua auto parcheggiata.
Sorridendo chiuderai la portiera del conducente, dopo che lei ci sarà scivolata a sedersi. Lentamente.
 
 
 
 
 
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